martedì 15 maggio 2018


Oltre il Vesuvio

Un pomeriggio tardi di quel novembre 1980 si trovò a passare Francesco.
Erano in tre. Il più alto aveva il viso mangiato dall'acne e il corpo esile avvolto in un giubbotto nero da quattro soldi. Il medio era grassoccio, con i capelli incollati in testa e i jeans consumati alle ginocchia. Il più basso il giubbino doveva averlo lasciato a casa, se mai ne possedeva uno. Se ne stava con un sorriso stampato in faccia che in realtà era l'espressione involontaria dei suoi denti da coniglio.
Il più alto sgomitò il compagno grassoccio e sollevò il mento ad indicare Francesco che camminava un po' curvo, lo sguardo basso come a ispezionare il marciapiede. In un lampo gli furono davanti.
«Bell 'stu zainett!»
Francesco sbiancò alla loro vista e indietreggiò. Guardò ai loro lati per trovare una via di fuga, ma il panico lo stava già assalendo. I piedi erano come incollati a terra. Il ciccione si avvicinò con il volto a un palmo da lui. Francesco sentì il puzzo di sudore e di sporco. La nausea lo assalì.
«Chistu zainetto me piace.» gli aveva detto passando un dito sul suo zainetto.
«Mi serve per la scuola.» gli aveva risposto Francesco in un soffio di voce.
Il ciccione scoppiò in una risata teatrale. «Uè, ma lo sentite? Gli serve per la scuola...e perché secondo te noi a scuola non ci andiamo?» Francesco li osservò per un attimo. Dovevano avere sui 15 anni e da come si atteggiavano, la scuola dovevano averla vista solo dal di fuori.
«Lo zainetto non posso darvelo.»
«E perché?» disse quello magro e alto avvicinandosi. Solo allora Francesco notò che aveva un occhio leggermente strabico. «Tu non ce lo devi dare, noi se lo vogliamo ce lo prendiamo.»
«E' un regalo di mia madre, per il mio compleanno, non posso.»
«Aahh,» esclamò il ciccione. «E quello è un regalo della mamma...c'hai ragione e ce lo potevi dire prima!»
Il tipo con il sorriso da coniglio cominciò in quella che per lui doveva essere una risata ma che agli altri appariva come un soffio nervoso di aria dal naso.
Quando il ciccione allungò una mano per afferrarlo, Francesco fece due passi indietro e poi con agilità superò alla sua destra quello dalla faccia da coniglio che sembrava il più scemo della situazione. Ma non fece tre passi che gli altri due lo bloccarono.
Francesco ora respirava affannosamente. Si era portato lo zainetto davanti e lo teneva serrato tra le braccia incrociate.
«Uè guagliò e mo' ce rutte o c***!»
Francesco non perse tempo. Afferrò lo zaino con due mani e lo stampò contro la faccia del ciccione che preso alla sprovvista cadde per terra. Con la stessa rapidità e freddzza, Francesco si mise a correre a più non posso, mentre i tre ragazzacci lo inseguivano ridendo. «Addo' vaje? viene accà!» gli urlavano dietro divertiti.
Una volta arrivato al Corso Garibaldi capì di essere in salvo. La gente affollava i marciapiedi e le macchine rumoreggiavano in strada. Il cuore gli era salito in gola per la paura e per la corsa, ma sapeva che non lo avrebbero inseguito fino lì e adesso con le spalle appoggiate alle mura di un palazzo poteva concedersi il tempo di calmarsi. Dette in un respiro profondo e raggiunse il 234. Una volta dentro l'androne Francesco concesse il suo miglior sorriso di circostanza al portiere Don Gennaro, che se ne stava seduto nella guardiola a leggere quel giornale rosa che dava solo notizie sportive.
Su per le scale si sentì un eroe. Aveva difeso lo zainetto che sua madre gli aveva comperato per il suo compleanno, uno zainetto molto costoso ma: «Te lo meriti», gli aveva detto quel giorno baciandolo in fronte. «Sei sempre così bravo a scuola, il migliore della classe!» e lui non se lo sarebbe fatto portare via da quei tre delinquenti. Poi un pensiero completamente diverso gli attraversò la mente, dissolvendo in un attimo quell'immagine eroica che si era confezionato da solo.
Se loro davvero lo avessero voluto, quello zaino se lo sarebbero preso in un attimo, senza fare tutta quella sceneggiata. E adesso che aveva colpito in faccia il ciccione, li aveva sfidati. Quella era zona loro. Tutto il giorno lì stavano e lui di lì passava spesso. Allora era necessario evitare di farsi vedere di nuovo, almeno per qualche mese, il tempo che se ne fossero dimenticati. Una seconda volta non se la sarebbe cavata. Così decise di allungare facendo il giro per piazza Carlo terzo. Decisamente era l'idea migliore.
Suonò il campanello di casa, soddisfatto della soluzione trovata così facilmente. Sentì le ciabatte di sua madre strisciare sul pavimento dell'ingresso e la vide apparire dietro la porta, bella come sempre. In un lampo si strinse ai suoi fianchi magri.
«Uè, che c'è?» gli sorrise.
«Mi sei mancata!»


(continua)

martedì 1 maggio 2018

Il senso della vita


Camminando per via Torino, nella zona pedonale di Chivasso, mi sono accorta di non conoscere nessuna delle persone che incrociavo e qui ci vivo da circa 16 anni. Non mi capita sempre, ovvio. Nel quartiere in cui vivo (e sorrido alla parola quartiere poiché io vengo da Napoli, precisamente dal quartiere san Lorenzo che nel 2002, anno in cui mi sono trasferita, era popolato da circa 52 mila persone, ovvero il doppio degli abitanti della sola Chivasso!), nel quartiere in cui vivo adesso, dicevo, conosco un po' tutti, ma quando vado al centro ho come la sensazione di essere un'estranea.
A Napoli non mi succedeva mai e non perché il Corso Garibaldi, via Foria, il Corso Umberto I, piazza Carlo III fossero casa mia. Eravamo più di 50mila, ovvio che non potessi conoscere tutti! Eppure dai tratti del viso, dal modo di parlare, dal modo di vestire, di camminare, di gesticolare, di ridere o sorridere, per me quelle erano categorie di persone, potevo indovinare aspetti della loro vita e del loro pensiero. Napoli è l'unica città che io conosca, e forse ce ne saranno altre dato che io ho viaggiato poco, in cui le persone usano la strada non solo per camminarci sopra, ma per viverla: parlano, si fermano a gruppi e parlano e parlano ad altavoce e tu senti quello che dicono, senti i fatti loro, indirettamente diventi parte della loro vita. Loro lo sanno e se ne fregano, sanno che sei un estraneo che quelle parole, i fatti loro anche intimi e dolorosi, da un orecchio ti entrano e dall'altro ti escono, tuttavia il senso di quelle stesse parole resterà murato in un angolo del tuo cervello, come una cellula simile a tante altre seppur diversa nella sua funzione. Quelle parole, quei fatti saranno parte della tua vita, che tu lo voglia o no. E' una condivisione immensa, una ricchezza. Per questo io odio chi non è napoletano e parla di Napoli. Napoli è un cuore autonomo. Napoli è l'umione perfetta degli opposti.
A Napoli puoi capire il senso della vita, anche se qualsiasi napoletano ti dirà che non esiste. Il non esistere del senso della vita è proprio il suo senso più vero. Camminando per via Torino a Chivasso, mi chiedo come sia accaduto che io donna focosa del sud, esplosiva, battagliera, ironica e iperattiva, sia finita nel freddo, distaccato, individualista, ripetitivo e conformista nord. E' accaduto, basta. Ho seguito un cammino, un percorso, il mio percorso, ho fatto delle scelte e sono arrivata in un mondo che per me resterà sempre estraneo e io estranea ad esso. Un mondo che ha dato un valore al tempo, mentre io resto convinta che il tempo sia un'invenzione per misurare il nulla.
Ma stiamo parlando della mia vita che non ha alcun senso. Io sono qui ora a scrivere ma potrei preparare una lasagna, andare a grigliare al lago, visto che oggi è il primo maggio, pregare in Chiesa, defecare in bagno, fare l'amore con il mio compagno (a proposito quanti fanno l'amore al primo maggio? Tutti a grigliare eh?), potrei anche dormire, restare in silenzio, appicare fuoco o rigare l'auto del mio ex amante, non cambierebbe nulla. Non cambierebbe il senso della mia vita.
Si potrebbe pensare che il non senso della mia vita sia legato al fatto che io non sia un politico, un economista, un banchiere, un integralista islamico, un premio nobel per la medicina. Ogni mio atto non smuove una foglia. Eppure c'è chi crede alla teoria della farlalla e dell'uragano, alla legge di attrazione, alla fisica e la chimica, o alle religioni laddove non sappiamo più che pesci pigliare. Teorie! Tutte vere, tutte senza senso perché ogni teorico e ogni lettore di teorie faranno tutti la stessa fine: un cumulo di cenere e ossa.
Allora se il senso della vita inizia e finisce nel suo discorso stesso, ovvero in un metasenso, forse più che parlare di senso della vita io preferirei parlare di valore della vita. Quindi potrei suggerire che a questo mondo qualcuno valga più di qualcun altro. Un politico che legifera ha potere, vale quindi più degli altri? Egli decide della vita di molti così come un giudice o un pazzo criminale o un dittatore.
Uno scienziato, al contrario, può salvare la vita con una scoperta in medicina. Ma anche il vigile del fuoco salva le vite e il missionario nei paesi poveri e il medico di guerra e cosa dire della maestra alla materna che aiuta i suoi bambini a crescere e a superare il distacco dalla mamma o dell'operaio che per otto ore al giorno impacchetta quei prodotti che noi compreremo al supermercato? Per non parlare degli infermieri che in questo momento, al primo di maggio, sono in servizio a occuparsi dei nostri cari in ospedale, o di noi stessi.
Qualcun altro magari in questo momento sta operando di urgenza o sta soccorrendo, o sta cercando una persona scomparsa. Chi tra tutti questi ha maggior valore in vita? Nessuno direi. Quindi la vita non è una questione di valore e torniamo al senso. E torniamo al punto di partenza.
Il senso della vita coincide con la sua durata. Morto un politico se ne farà un altro. Morta una maestra se ne farà un'altra. Morto un criminale se ne farà un altro.
Se la vita è un bilanciamento tra creazione e distruzione, il suo senso è nel suo stesso equilibrio. Ma trattasi di un equilibrio variabile e instabile che non pernette una definizione ultima o completa.
Il motivo del chiedersi il senso della vita non avrebbe senso se non nel fine involontario della nostra ragione, del nostro ragionare. L'intelletto umano nella sua evoluzione chiede una risposta. Se ci chiediamo il senso della vita allora da qualche parte una risposta dovrà pur esserci.
Credo che la singola vita, la vita di un singolo individuo non abbia senso. Se Gesù fosse stato l'unico essere al mondo, la sua vita non avrebbe avuto senso. Il suo senso è legato a quello degli altri esseri umani dalla sua nascita ad oggi. La vita di Martin Luther King non avrebbe avuto senso senza il problema della schiavitù e di tutte le vite dei neri d'America dal 1500 ad oggi. La vita di Marie Curie non avrebbe avuto senso senza tutte le persone che dalla sua scoperta ad oggi hanno usufruito dei raggi X per migliorare la loro esistenza.
Nel mio piccolo, la mia vita ha il suo senso solo se collegata a quella dei miei genitori e ora dei miei figli e in maniera meno forte, ma non per questo meno incisiva, a tutte quelle che ho incrociato dalla mia nascita. Il suo senso terminerà non dopo la mia morte, ma dopo che i miei figli moriranno e con essi svanirà il ricordo della mia persona. Shakespeare lo insegna nella parte finale dell'Amleto:

Se m’hai tenuto nel tuo cuore, Orazio,
tieniti ancor lontano, per un poco,
dalla gioia suprema del trapasso,
e seguita su questo duro mondo
a respirare ancora il tuo dolore
per raccontare ad altri la mia storia.”

Il senso della vita di un personaggio seppur fittizio come Amleto perdura ancora dopo secoli, perché resta nella memoria degli spettatori di questa meravigliosa tragedia.
Posso quindi serenamente affermare che l'arte in ogni sua manifestazione, fa si che il senso della vita risieda nell'eternità del suo ricordo.

domenica 29 aprile 2018




Promesse


Promisi di non cercarti
e non passai sui luoghi della tua vita.
Promisi di non pensarti
e affogai in libri e parole allineate al PC.
Promisi di non amarti
e misi in lista i tuoi innumerevoli difetti.
Promisi di cancellarti
ma avevo un foglio inchiostrato dal tuo nome.

E così mi apparisti in sogno
e sentii i tuoi denti sulle mie labbra
lì dove la ragione perse dimora
lì dove la mia vita finisce e comincia una dolce morte.

Black Marilyn (Emilia Capasso)

sabato 28 aprile 2018

A proposito di Real TV


VITE AL LIMITE




Sono anni ormai che non vedo la televisione. Spesso infatti scopro che tizio e caio sono morti da mesi e io non ne sapevo nulla. Persino la morte di Andreotti me la sono persa...Questo perché considero la televisione un mezzo molto inquinante per la mente, distruttivo per la personalità e tra le cause dell'aumento di malattie nervose quali l'ansia e la depressione.
Non starò qui a spiegare perché, magari in un altro post, invece oggi voglio parlare di di un canale del digitale, che si chiama Real Time, che finalmente offre davvero dei programmi realistici, con storie vere, spesso molto drammatiche, ma vere!
Uno di questi che seguo quasi sempre è "Vite al limite", dove si racconta di persone che hanno raggiunto un peso tale da rischiare la vita. Il modo in cui è costruita la narrazione è perfetto: si parte dalla vita di queste persone, quasi tutte con un'infanzia caratterizzata da mancanza di affetto o di bassissima autostima, per poi passare alla decisione di andare dal dottor Nowzaradan, in Texas, noto chirurgo specializzato il bypass gastrici. La puntata continua narrando poi delle difficoltà così come dei successi raggiunti dai vari protagonisti, analizzando con delicatezza i rapporti con i familiari che spesso sono la causa dell'obesità, fino ad arrivare al raggiungimento dell'obiettivo peso in un anno.
Mi piace il tono pacato, l'assenza di giudizio, il sottolineare l'infelicità di queste persone che non riescono ad uscire dalla trappola del cibo, perché erroneamente la considerano la loro salvezza dall'infelicità.
Il dottor Nowzaradan è davvero la sorpresa e la colonna di questo programma. Agli antipodi del personaggio televisivo (infatti è un vero chirurgo che ama il suo lavoro), si presenta con una naturale aria bonaria che si scontra con le sue diagnosi nude e crude dette senza esprimere un falso e inopportuno sentimentalismo, ma lanciate cone un taglio netto su persone che stanno sfiorando la morte.
Questo programma è semplicemente fatto benissimo! Senza ostentare alcun sentimentalismo, sono dei documentari costruiti non per attirare un pubblico di guardoni o curiosi che si divertirebbero a vedere la flaccide carni traballare, o che inorridirebbero nel vedere cumuli di grasso simili a enormi tumori della pelle, quanto per sensibilizzare le persone verso un problema che negli Stati Uniti rappresenta un caso sociale. E oggi in Italia è in aumento il numero di bambini in sovrappeso. io che ho lavorato alle medie posso confermarlo. la tendenza è nettamente superiore al sud Italia, dove lo sport non è ancora considerato un must nell'età dello sviluppo.
Vite al limite fa riflettere anche sui rapporti madre figlio, padre figlio, quanto una cattiva presenza o l'assenza di un genitore possono influire in maniera drammatica fino a spingere ad ingozzarsi di cibo.
Per concludere, un bel programma da vedere per imparare qualcosa e migliorare noi stessi nel nostro quotidiano.

martedì 24 aprile 2018

Capitolo 7

Alla fine del cosidetto ''Borgo di Sant'Antonio si ergeva una Parrocchia che un tempo doveva essere stata molto bella ma che l'incuria e i danni del tempo avevano reso grigia, con crepe nel muro, cornici che perdevano intonaco, affreschi dove i volti si erano oscurati o semicancellati, colori incerti, le candele votive, talvolta oblique come tante torri di Pisa, poste su ferri neri che un tempo dovevano esser stati verdi.
L'intera struttura era protetta da mura alte circa due metri e da una cancellata centrale prima dell'imponente scalinata che portava alle tre arcate all'ingresso.
La Chiesa di Sant'Antonio Abate era la tra le più affollate del quartiere. La domenica occorreva anticiparsi di almeno un quarto d'ora prima della Santa Messa se si voleva trovare posto a sedere.
D'altro canto, il parroco Padre Stefano era molto amato sia per la sua generosità sia per il suo senso dell'umorismo che allietava le lunghe prediche.
Purtroppo davanti a quel luogo di preghiera solevano radunarsi a sera un gruppetto di loschi individui, una sorta di scugnizzi moderni che dai loro antenati furbetti e sfacciati avevano ereditato solo la tendenza a delinquere. Nessuna coppola sgualcita, abiti poveri ma puliti e l'aria di chi costantemente cerca rogne. Se passava un vecchietto lo apostrofavano: ''O' no'! O' nooo''' e quando il poveretto si girava fingevano di chiamare qualcun'altro che in realtà non esisteva mettendosi la mano a coppa accanto alla bocca per amplificare il suono e in coro urlavano: '' Onofrio!'', poi ridevano fino a piegarsi, mentre l'anziano come se nulla fosse tornava ai suoi passi lenti e incerti.
Se invece passava una bella ragazza si sentivano in dovere di emettere un suono che era l'esatto opposto del fischio, un rumoroso risucchio d'aria che voleva esprimere la loro emozione nell'ammirarla. «E quanto si bona» «Maronna mia te pigliasse a muorze» «Bellissima, vuoi uscire con me?» «M'a dai na coscia?» Una serie di complimenti secondo loro, una serie di volgarità per qualsiasi ragazza per bene che si trovasse ad essere apostrofata in quel modo.
Un pomeriggio tardi di quel novembre 1980 si trovò a passare Francesco.

(Tratto da: Oltre il Vesuvio)



Capitolo 6



Lena aveva conosciuto Antonio tramite sua cugina Mariuccia, la quale aveva organizzato un'uscita in gelateria proprio con l'intento di farglielo conoscere. Non le era piaciuto subito. Alto, troppo magro, gli occhiali spessi, le occhiaie di chi dormiva poco o male, l'aria seria e malinconica. Parlava poco e si vedeva che era timido e impacciato. Avevano passeggiato per via Roma tutti e tre, in un caldo pomeriggio di luglio, con il gelato che si scioglieva ad ogni passo. Mariuccia cercava in tutti i modi di tenere viva la conversazione, consapevole del grande imbarazzo tra i due possibili futuri fidanzatini. Poneva domande. Raccontava all'uno dell'altro al posto loro. Alla fine si erano salutati con una debole stretta di mano ed era finita lì, o almeno così sembrava.
«Ma non ti piace proprio?» le aveva chiesto la cugina una volta rimaste sole.
Maddalena aveva alzato le spalle.
«E' un bravissimo ragazzo! Sta studiando per il concorso nelle ferrovie, te l'ho detto. Studia giorno e notte e lo passa di sicuro! Non ha vizi, non fuma nemmeno! Esce poco.»
«Sì, lo so, ma, non so cosa dirti, non mi ha colpito.»
Mariuccia aveva l'aria di una che aveva perso una grande occasione. Lena le cinse le spalle per stringerla a sé. «Sei stata carina a farmelo conoscere. Non devi preoccuparti per me, è vero che ho venticinque anni e sono ancora senza fidanzata, ma non sono ancora da buttare via!»
«Ma non dico mica questo, dai!» le sorrise. «Vabbene, vuol dire che ne troviamo un altro!»
«Troviamo?»
«E certo, io ti voglio troppo bene lo sai, voglio che tu sia felice!»
«Ma forse sono felice anche così no?»
«Da sola? Impossibile! Tutte vogliamo un fidanzato per poi sposarci. Non vorresti dei figli?»
«Sì, certo, ma se non è scritto nel mio destino per me andrebbe bene lo stesso.»
«Certo che sei strana, hahaha!»
Accadde poi che per caso due mesi dopo Lena, Mariuccia e Antonio si incrociassero una domenica pomeriggio in via Caracciolo dove tirava un vento dal mare, odoroso e caldo. Le onde si infrangevano vigorose sugli scogli che circondavano il Castel dell'Ovo. Il cielo si presentava con spennellature dal grigio al viola, mentre la pioggia era lontana. Sulla stradina a ciottoli che conduce al piccolo borgo dai ristoranti rinomati, una vecchia indovina sedeva al suo tavolino in attesa di leggere la mano a qualche passante.
«Che facciamo, ce la facciamo leggere?» ridacchiava Mariuccia.
«Hai soldi da buttare?» rispose Lena mentre si teneva il cappello per il forte vento.
«E ja, ci facciamo due risate, te la offro io!»
«Ma no, non è il caso...»
«E ja, comme sì pesante!1»
«E va bbuono!»
Dall'altra parte del ponticello, Antonio in compagnia di un suo amico, guardavano con ammirazione le due signorine nei loro tailleur color pastello e i loro tacchi con i quali abilmente sfidavano i solchi tra i ciottoli. Le gonne strette sottolineavano le curve generose di Mariuccia e la magrezza di Lena. Entrambe avevano fascino e femminilità, anche se molto diverse. Avevano il viso pulito privo di ogni maquillage e i capelli scuri, folti e ondulati, pettinati da madre natura. Gli occhi erano trasparenti, il sorriso di bambine mature. Avrebbero fatto la felicità di qualsiasi serio pretendente. I due amici stavano per avvicinarsi a loro, quando videro Mariuccia sedersi dinanzi alla chiromante. Si fermarono di scatto e rimasero a guardare la scena muta.
La chiromante aveva  le rughe come le buone vecchie befane, gli occhi di un azzurro intenso e la bocca grande, truccata di rosso. In testa portava un turbante turchese e bianco e dalle orecchie pendevano enormi orecchini di un metallo argentato. Avrebbe potuto avere qualsiasi età dopo i sessanta, perchè dopo quella soglia a nessuno interessa. Per il freddo indossava una mantella di lana pesante di colore marrone scuro, che il tempo aveva scolorito e riempito di nippoli. Si scorgeva nell’apertura avanti una maglia di vari colori, probabilmente lavorata ai ferri e una gonna lunga di quelle che ormai non si usavano più. Le scarpe erano nere e deformate dai piedi gonfi.
Con le mani scarne, le unghia laccate di un rosso intenso, la donna prese a mescolare i tarocchi. Lena e Mariuccia si erano fatte piccole su una sedia sola. Mariuccia teneva cinta l’amica per le spalle in modo da tenersi in equilibrio.
Intanto guardavano divertite le abili mani della chiromante che sistemavano le carte in tre file da sette. Le carte erano grosse e spesse, ingiallite dal tempo. Sopra le decorazioni di figure dal tempo incerto, dame, cavalieri, soli sorridenti e figure malvagie simili a satiri; angioletti, fiori, sciabole a completare gli arcani significati.
«Vediamo un po'» cominciò la donna con voce rauca. «E qui ci sono due bei giovanotti per voi, due bravi giovanotti.» Le due amiche ridacchiarono portandosi una mano a coprire la bocca.
«Saranno due bei fidanzamenti, molto lunghi.»
«E quanti figli avremo?» chiese Mariuccia.
«Voi signorina bella, tre! Due maschietti e una femminuccia!»
«E io?»
«Fatemi vedere un attimo...» la vecchia mescolò un mazzetto di una ventina di carte e ne capovolse cinque. Apparvero  due angioletti. «Due! Signurì, un maschietto e una femminuccia!»
«Evviva!» applaudì Lena soddisfatta. Era sempre stato il suo desiderio avere due figli.
«Avrete tutte e due due bei matrimoni felici! E siete due belle e brave ragazze, e per forza!»
sorrise la vecchia indovina mostrando un dente d'oro.
Mariuccia e Lena si ritennero soddisfatte. Avevano saputo ciò che volevano sentirsi dire, quindi aprirono i rispettivi borsellini in pelle e pagarono il dovuto.
Quando si voltarono riconobbero Antonio. Lena senza capire il perché, si sentì avvampare.  
Dopo i vari convenevoli decisero di andare a prendersi un caffé. Da quella domenica, Lena e Antonio divennero inseparabili. Un lento e paziente corteggiamento, la dichiarazione sotto il portone di lei alle prime ombre della sera, i genitori presentati, il fidanzamento ufficiale, gli anni prima di sposarsi, gli anni dopo il matrimonio.
A raccontarlo bastano poche righe, è il feroce inganno del tempo.

(tratto da: ''Oltre il Vesuvio'')





1Nel dialetto napoletano letteralmente: ''come sei pesante'' ovvero, come sei difficile o tendente al pessimismo.

venerdì 13 aprile 2018

Da ''Banane Banali 2018''


Hey!

Hey ragazzotto belloccio dal fisicotto prestante
proveniente da un paesotto da me poco distante
Mi dici che son bella, intelligente e che per questo ti intrigo
mentre mi mostri una tua foto da modello, da figo
io che di surgelati avariati ne ho fatto passato remoto
ti ho incasellato nel club: sguardo vuoto da scroto.
Dovrei in terra cadere dinanzi a cotanta bellezza
perchè i quaranta li ho
passati purtroppo da un po'
e secondo la legge del tuo cervello
da pivello con pisello
è impossibile no? Che io dica di no!
E invece,
ti leggo divertita, mi sento desiderata
come un'acciuga salata
o una porta sprangata
e allora
mi fingo interessata
da te affascinata
felice e desiderosa di essere ben presto sedotta e abbandonata!
Ma che Madame Bovary sono piuttosto la Dietrich
caro insipido modello con sempre irto il fringuello
adesso ti mostro piuttosto di cosa è capace il mio livello.
L'appuntamento è fissato il vino hai pure portato
la puntualità ti ho raccomandato
e tu da bravo bambino hai obbedito.
Non è questione di onore né di cattivo umore
ma prendo te a rappresentanza di una certa generazione.
Per conquistare una donna devi capire al più presto
e con una certa umiltà
che non esistono solo zucche vuote nella nostra società.
Allora beccati sta lezioncina per riequilibrare la tua autostima.
Alle nove sei puntuale gran pezzo di maiale
è l'augello telecomandato che di me è affamato
ma un quarto d'ora è già passato
così finalmente ti sei illuminato.
La tua immensa deficienza che forzatamente fa esperienza.
Mi chiedi dove sono, se forse ti prendo in giro.
Ti immagino confuso, forse anche offeso.
E devo confessare senza dovermi vergognare
che tutto ciò mi rende alquanto ilare
tanto che vorrei gridare anche starnazzare
nelle tue orecchie fino a far scintille
piccolo uomo quanto sei imbecille!
Schiaccio ''blocca'' su facebook, ormai è normale e di tendenza.
Esperienza uno, zero demenza.

Emyluna